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Sempre seguendo la cronologia degli articoli e ipotizzando che si stia lavorando alla costruzione di un piano editoriale orientato a creare una community basata su fiducia e credibilità, prima o poi si arriva a un punto: iniziare a vendere.
Sui social, soprattutto all’inizio e senza budget pubblicitario, la vendita diretta è complessa. Non impossibile, ma difficile. Per questo motivo diventerà fondamentale avere un punto di approdo (un e-commerce o un sistema dove poter convertire l’interesse in richiesta o acquisto).
Ma stiamo lavorando a budget zero.
In questo scenario la scelta tra un account che si sviluppa come ‘personal branding’ o ‘istituzionale’ diventa centrale.
Il personal branding è meno costoso in termini monetari, ma molto più impegnativo in termini di tempo ed esposizione personale.
Significa metterci la faccia. Significa accettare una minore privacy. Significa esporsi.
Non è una scelta tecnica. È una scelta personale.
Supponiamo però di accettarla.
Cosa fare?
Non trasformare i social in una televendita.
Se l’approccio iniziale è solo commerciale, la crescita si blocca. Le persone non seguono per essere vendute, ma per ricevere valore.
Questo non significa non parlare dei propri prodotti o servizi.
Significa raccontarli in modo diverso:
– applicazioni concrete
– casi pratici
– esempi di utilizzo
– problemi che risolvono
– errori da evitare
In questo modo si costruisce coinvolgimento.
Si costruisce credibilità.
Si costruisce fiducia.
E solo dopo si può convertire.
Il processo può essere più lungo per una consulenza, più rapido per un prodotto impulsivo.
Ma il principio non cambia: prima autorevolezza, poi vendita.
Non concentrarti quindi sul vendere subito.
Concentrati sul costruire un’identità chiara, riconoscibile e coerente.
E soprattutto: con budget zero il vero investimento è il tempo.
Serve costanza.
Serve pazienza.
